ARCHIVIO TERRAGNI
ARCHIVIO TERRAGNI

 

 

…Può un artista del nostro tempo suggestionarsi a tal punto da credersi preparato a “discutere” con uno Juvara, con un Fontana, con un Gagliori dei dettagli di una cornice, dell’eleganza di uno scomparto, dell’opportunità di un materiale o della scelta di un colore che a lui sono dati a conoscere solo attraverso un’erudizione fredda e scientifica mentre per gli altri è viva, calda, istintiva passione?"

 

“ Mi è stato più di una volta di grande conforto fissare gli occhi ammirati sugli autentici esemplari di architettura del passato studiandone con gioia la meravigliosa lezione di vita (evoluzione + rivoluzione) che a chi sappia superare, nell’osservazione, le caratteristiche stilistiche formali, è dato di scoprirvi attraverso la matematica legge di proporzione nella loro esatta bellezza…”.

 

 

 

Quando Giuseppe Terragni si iscrive alla scuola superiore di architettura del Politecnico di Milano, nell’autunno del 1921, è un bel ragazzo di quasi diciotto anni, di buona famiglia, con un brillante avvenire davanti a sé. Ultimo di tre figli di un capomastro divenuto affermato impresario edile, nasce a Meda il 18 aprile del 1904. La famiglia si trasferisce a Como nel 1909 e nel capoluogo lariano il giovane Terragni vive una serena giovinezza e  si diploma al locale Istituto Tecnico.

Al Politecnico Giuseppe si rivela studente promettente ma insofferente all’insegnamento accademico, improntato ancora su un’obsoleta concezione della figura dell’architetto; si laurea nel 1926 e immediatamente si sente libero di lavorare come crede veramente, aprendo uno studio con il fratello Attilio e il caro amico Luigi Zuccoli, che gli sarà collaboratore fedele fino all’ultimo.

Già tra il 1926 e 1927 Terragni si impegna instancabilmente, come per altro farà nei restanti anni della sua carriera, in progetti e concorsi per opere pubbliche e private. Nei progetti di primo e secondo grado per il Monumento ai Caduti di Como, nella facciata dell’Hotel Metropole-Suisse della stessa città, nel Monumento ai Caduti di Erba, s’intuiscono già quegli elementi di novità che porteranno Terragni a dare una svolta all’architettura italiana, liberandola da nostalgie eclettiche e storiciste per creare un linguaggio moderno, al passo con le tendenze che si stanno affermando in Europa ma al contempo intrinsecamente legato alla cultura architettonica italiana.

Nel 1923 Le Corbusier aveva pubblicato Vers une achitecture e questo testo, arrivato a Terragni e ai suoi compagni di studi grazie ad amici parigini, segna un punto di svolta  per la carriera di molti giovani talenti; finalmente qualcuno teorizzava apertamente un’estetica pura e minimale fondata sulla ricerca tecnica e lo studio delle potenzialità dei materiali.  Nel 1926 Terragni, Ubaldo Castagnoli – poi sostituito da Adalberto Libera - Luigi Figini, Guido Frette, Sebastiano Larco, Gino Pollini e Carlo Enrico Rava danno vita al Gruppo 7  e con il motto “bisogna portare l’Europa in Italia e l’Italia in Europa” aprono l’importante stagione del Razionalismo.  Terrangni ne è l’interprete più geniale,  riuscendo a non privare “l’estetica della macchina” promossa da Le Corbusier  di un potente respiro poetico che umanizza le sue opere e le connette, pur nell’assoluta modernità, con quella tradizione autenticamente classica della migliore architettura italiana.

I giovanissimi esponenti di Gruppo 7 pubblicano il loro credo su una piccola rivista, Rassegna Italiana, indicando come loro maestri Behrens, Mies Van Der Rohe, Gropius, ovviamente Le Corbusier e nel provinciale ambiente culturale italiano non suscitano certo il plauso unanime.  Il momento di svolta è tuttavia imminente, nel maggio del 1927 si inaugura la III Biennale di Arti Figurative di Monza e il comitato organizzatore, costituito da Carrà, Ponti, Sironi e Margherita  Sarfatti - che stringerà con Terragni una profonda a duratura amicizia – sostiene chi propone opere dal linguaggio innovativo. Grazie alla Biennale di Monza gli esponenti del Gruppo 7 vengono chiamati a rappresentare l’’Italia  al Werkbund di Stoccarda, la grande rassegna di progettazione internazionale guidata da Mies Van de Rohe. Dopo il Werkbund la consacrazione, con la Prima Mostra Italiana di Architettura Razionale inaugurata nella primavera del 1928 al Palazzo delle Esposizioni di Roma.

 

Roma

Proprio in occasione dell’esposizione romana Terragni presenta un progetto che diventerà la sua prima opera importante effettivamente realizzata: il Novocomum. Un’opera che desta scalpore e fa uscire l’architettura razionalista da un ambito puramente teorico. La nuova idea di “casa “ che porta avanti Terragni risolve l’ornamento nel rapporto fluido fra spazi interni ed esterni, nel gioco dei volumi e dei materiali che devono assicurare funzionalità, luminosità, igiene.

Nel 1930 nasce il Miar, Movimento Italiano per l’Architettura Razionale, e nonostante alcune resistenze di critici e di celebri architetti di regime, come Marcello Piacentini (che tuttavia più tardi farà proprie molte tesi razionaliste), la classe dirigente culturale fascista accoglie la svolta razionalista e per la mostra sul decennale della marcia su Roma a Terragni viene affidato l’allestimento della sala “O” del ’22, che risulterà memorabile.

Terragni aderisce al fascismo iscrivendosi al partito nel 1926, condividendone profondamente alcuni valori e lo slancio rivoluzionario e innovatore dei primi tempi, soprattutto in ambito culturale; come avrebbe affermato più tardi Ernesto Rogers, molti progettisti come Terragni seguirono un ragionamento di tipo sillogistico: se il fascismo era una rivoluzione e l’architettura moderna era rivoluzionaria, l’architettura moderna doveva essere l’architettura del fascismo.

Proprio per una sede del partito Terragni progetta e realizza, tra il 1932 e il 1936 il suo edificio più importante: la Casa del Fascio di Como. Per l’opera che rappresenta  il luogo in cui si dovevano vivere e concretizzare gli ideali in cui l’architetto credeva sceglie volumi puri, luce, colore e trasparenza; trova un motivo archetipo, quello del telaio, che propone nell’incrocio delle linee longitudinali e trasversali delle facciate e che diventerà il leitmotiv della sua architettura. Alle spalle dello storico Duomo evita un possibile quanto anacronistico accostamento “in stile” a favore di una modernità assoluta data dall’astrazione, rifuggendo  –  come era nel suo carattere -  ogni tentazione retorica o propagandistica.

 

L’architettura contemporanea

Nel 1933 Terragni vuole continuare la sua battaglia per l’affermazione del razionalismo senza rischiare di  chiudere la sua carriera nel pur amatissimo ambiente di provincia. Con grande entusiasmo e con la collaborazione dell’amico e collega Pietro Lingeri apre un nuovo studio a Milano. Queste le sue parole al gallerista Bardi prima di cominciare l’avventura milanese: “…Mi vedrai scossa di dosso la polvere e l’inerzia di questa mia vita provinciale. Attivo, anzi attivissimo, nella polemica e nelle opere…” 

Motore economico del paese, il capoluogo lombardo diventa anche centro della nuova architettura, e da qui Terragni e Lingeri lavorano instancabilmente a progetti e concorsi che interessano tutto il territorio italiano e che purtroppo spesso non diventano operativi perché bloccati da commissioni che, con membri ben sistemati nei ruoli chiave del potere, non intendevano ancora accettare la svolta razionalista. 

Sempre nel 1933 partecipa alla fondazione della rivista “Quadrante”, una testata d’eccezione, dove le proposte dei nuovi architetti trovano la piena espressione. Il lavoro non manca e nascono nuove opere, cinque “case da reddito” a Milano, palazzine a più piani suddivise in appartamenti d’affitto; due ville nel comasco, la “ Villa del Floricultore” e la Villa Bianca di Seveso, un altro dei suoi capolavori. Tra i 1934 e il 1937 vede la luce, l’Asilo Sant’Elia, dedicato al visionario architetto futurista, modello per tutti i progettisti moderni. Quest’asilo candido e luminoso, tuttora operativo, è la terza grande opera di Terragni nella città di Como, dopo la già ricordata Casa del Fascio e l’edificio residenziale “Novocomum”, e consacra la città lariana a capoluogo del razionalismo.    

Venti di guerra

Se la carriera di Terragni è ormai costantemente in ascesa l’Italia, si avvicina inesorabilmente alla catastrofe della seconda guerra mondiale. L’architetto riesce a portare a termine la casa del Fascio di Lissone, la Casa Giuliani Frigerio a Como, in parte le Case popolari di Via Anzani sempre a Como. Grandi progetti milanesi come la Nuova Fiera e la nuova sede dell’Accademia di Brera, oppure, a Roma, il Palazzo del Littorio, il Palazzo dei ricevimenti e dei congressi all’E42 e il Danteum  non verranno invece mai realizzati.

Nel 1939 è richiamato alle armi. Parte per la Jugoslavia come capitano di artiglieria e poi segue l’esercito italiano nella disastrosa campagna di Russia. Nei primi tempi, nonostante le ovvie difficoltà, Terragni affronta la vita militare con l’abituale energia e determinazione, continuando a seguire i suoi progetti per via epistolare e coltivando – nei limiti del possibile – l’antica passione per il disegno e la pittura.  Così scrive dal fronte: “…Qui ho già fatto qualche disegno a matita e vorrei coltivare, nelle pause della guerra, questo risorto desiderio artistico. Perché questo paese è di un interesse veramente singolare e sarebbe bello ritrovarselo oltre che nella documentazione fotografica anche nella personale artistica, a distanza di anni…”      

Questo sogno non era purtroppo destinato e realizzarsi. Le guerra diventa sempre più aspra, Terragni perde via via i compagni d’arme più cari e sopravvive al conflitto minato nel corpo e nello spirito.

Ammalato, è rimpatriato nel 1943 e muore per una trombosi cerebrale nel luglio dello stesso anno. L’amico Radice racconta che si trovava solo in casa, sentendosi male telefonò alla fidanzata e cercò di raggiungerla, visto che abitava poco lontano. Non riesce a farlo, cadendo a terra sulla soglia della casa di lei. Indossava, come faceva da quando era tornato dal fronte, il vecchio soprabito militare con in tasca alcuni fiori secchi colti sul fronte russo: aveva solo trentanove anni.