ARCHIVIO TERRAGNI
ARCHIVIO TERRAGNI

1928 / 1932-1936

Casa del Fascio di Como

Realizzato- Piazza del popolo - Como

 

Nel 1928, quando Terragni viene nominato fiduciario del Sindacato fascista architetti, è incaricato, senza alcun compenso, di progettare la Casa del Fascio a Como: l'incarico iniziale diventerà ufficiale solo nel 1932.

Il piano regolatore della città di Como prevedeva nel lotto la realizzazione di un nuovo centro politico, collocato dietro il Duomo, con la localizzazione di edifici fascisti quali il Palazzo del Governo, la Casa dei Sindacati, la Casa della Milizia e il Palazzo dell'Economia Corporativa, tutti divisi in blocchi distinti.

Dell'intera previsione vennero realizzati solo due edifici: la Casa del Fascio e un altro edificio pubblico sede dell'Unione Fascista dei Lavoratori dell'Industria, costruito a seguito del concorso del 1938 da Cesare Cattaneo e Pietro Lingeri dietro la Casa del Fascio .

La Casa del Fascio di Como è un'edificio perfettamente compiuto nella purezza classica delle sue proporzioni: al lato di m. 33.20, di una pianta quadrata, corrisponde, dimezzata, l'altezza dei quattro diversi prospetti, che sono giocati sulla partitura dei pilastri, in un alternarsi di pieni e di vuoti e di rientranze a diversi livelli.

Al di là di questa purezza geometrica Terragni, sin dai primi schizzi dimostra di voler stabilire un dialogo  sia  con gli elementi naturali circostanti che con il contesto storico pre-esistente: una verde strapiombiante +montagna (Brunate), con una piccola città sulla cresta, che fa da fondale , una vasta piazza sulla quale è posato un documento d'architettura, il Duomo, che fa da ribalta.

L'accesso all'edificio avviene attraverso un sagrato sollevato di un gradino rispetto al piano stradale, una sorta di piazza che risulta essere la proiezione della facciata principale sulla città. Da qui si sale per raggiungere, oltre il diaframma delle porte finestra, lo spazio pubblico della corte sulla quale si affacciano la sala del Direttorio, gli uffici  e i ballatoi di disimpegno, in un impianto che traduce funzionalmente le richieste della committenza,

Lo spazio della corte si prolunga verso la piazza in una continuità senza soluzione, nemmeno in corrispondenza  dell'entrata, dove le 18 porte vetrate si aprono simultaneamente annullando ogni divisione. Così i velari in vetrocemento, a copertura dell'atrio, intervallati dalla lunga lastra in vetro attraverso la quale è possibile scorgere la collina soprastante, prolungano lo spazio verticale verso l'esterno.

La trasparenza, caratteristica fondamentale dell'edificio, non è dovuta soltanto alle grandi superfici vetrate, ma anche ad un materiale che tradizionalmente tende a negarla. Il marmo generalmente impiegato per sottolineare la gravità e la monumentalità dell'impianto architettonico, con un evidente intento celebrativo, qui si alleggerisce nel ritmo delle partiture in vetro delle facciate e nella inusuale proprietà riflettente del pavimento e del soffitto  all'ingresso, in marmo nero del Belgio.

La Casa del Fascio presentava al proprio interno un ciclo di decorazioni astratte, ora andato perduto, realizzato da Mario Radice. Si trattava di pannelli in cemento colorati alternati ad immagini di propaganda e a spazi vuoti, montati su telai in ferro, che  inserendosi nell'architettura ne sottolineavano la struttura.

L'attenzione che Terragni ripone nell'opera per ogni minimo dettaglio è davvero straordinaria: tutti gli interni sono stati disegnati e progettati con nuovissime ideazioni e utilizzo dei materiali, dalle superfici delle pareti, alle porte, dalle maniglie, agli zoccolini, dai pavimenti, alle finiture, dalle lampade, tavoli, scrivanie, scaffalature alle sedie tra le quali ricordiamo la poltrona del Direttorio e la sedie per gli uffici.

Scrive Terragni:” L’abbondanza di vetro conferisce una leggerezza, una modestia, una piacevolezza d’apparenza, un’armonia soddisfacente che ha il pregio di mostrare all’osservatore l’intreccio degli elementi esterni e di quelli interni, con nuove, ricche possibilità di combinazioni, di movimento, di semplificazione. La statica parla chiaro traverso tanta trasparenza, la quale rivela le linee stesse di forza su cui si regge l’edificio; le masse non hanno bisogno di decorazione, perché la loro profondità, la loro lucentezza, i chiaroscuri che si determinano, le terrazze che sporgono pur comprese entro il parallelismo degli spigoli esterni, hanno da sé una ricchezza senza uguale”.